Tre volte poeta


di Adelia Mancini


Mi recai per la prima volta a Sant’Eusanio del Sangro in un pomeriggio di autunno inoltrato, ma ancora caldo e luminoso. Superata Castelfrentano, mi si aprirono le colline dolcemente degradanti con i campi lavorati di fresco, pronti per la semina. Accarezzai con gli occhi una limpida, e per me insolita, geometria di terreni, vera tavolozza di colori sui toni del marrone, ora compatto ora sfumante nell’ocra. Il paese mi si snodava davanti, adagiato su un colle, a non più di duecento metri di altezza. Distinguevo la sagoma chiara della chiesa e il campanile. Sullo sfondo la Maiella madre in tutta la massiccia potenza dei suoi contrafforti. L’accompagnatore mi diede le coordinate, indicandomi Guardiagrele a nord-ovest e di fronte ad essa Orsogna, a mezzogiorno il colle di Archi, a sud-ovest Casoli. Col tempo avrei imparato a riconoscere i colli di San Biase, Ascigno, Meroni, Barone, Castello, dislocati ad ampio anfiteatro, e avrei imparato i nomi dei paesi e delle contrade. Col tempo avrei messo a fuoco l’intera topografia del territorio, conoscenza irrinunciabile per una onesta lettura del poeta di cui fino ad allora poco sapevo e quasi nulla avevo letto. Nasce, infatti, nella “piccola patria” di Sant’Eusanio il 27 gennaio del 1862 Cesare De Titta, poeta per vocazione e prete per necessità. Figlio del notaio Vincenzo, prematuramente scomparso, e di Sofia Loreto, entra nel seminario di Lanciano quando ha già sedici anni per usufruire di una borsa di studio (duecento lire annue) assegnata dal comune. Completato il corso degli studi in soli tre anni, passa come precettore nel seminario di Venosa e rientra a Lanciano nel 1890. In questo stesso anno, in seguito alla pubblicazione dei Saggi di traduzione da Catullo, il ministero gli conferisce il diploma di insegnante di Lettere e a Lanciano insegna dal 1891 al 1926, prima nel seminario e poi nel ginnasio. Dalla sua terra si allontana raramente e per brevi periodi (a Sant’Eusanio muore il 14 febbraio del 1933), preferendo al prestigio di incarichi presso le università di Roma e di Napoli la sua “Fiorinvalle di Terra d’Oro”, la villula amata e il suo brevis hortus. E la villula diventa, oltre che la laboriosa officina del poeta, un importante crocevia per il quale passa, a cavallo tra l’ottocento e il primo trentennio del secolo scorso, una variegata e vivace vita culturale. Ospita D’Annunzio, Michetti, Pirandello, Gentile, Antonelli, Paolo Orano, Finamore, Allodoli, Tinozzi, Illuminati. Vi si ritrovano amici fraterni quali Giuseppe Javicoli, il battagliero direttore della Fiaccola, Ireneo Tinaro, Evandro Marcolongo, Alfredo Luciani, Modesto Della Porta. Vi si incontrano i musicisti Albanese, Di Jorio, De Nardis, Zimarino, De Cecco e Catalano.La frequentano i pittori Baldassarre, Celommi, Bonanni, Spoltore, Paloscia e Serrano. Vi si recano per leggere opere rare e discutere di teosofia gli adepti di un cenacolo lancianese tra i quali Enrico Pappacena e Armando Marciani che riconoscono l’autorità del De Titta in materia esoterica. Vi fanno riferimento gli intellettuali che hanno rapporti con la Carabba, casa editrice notissima, con la quale De Titta pubblica tutte le sue opere, ad eccezione di Gente d’Abruzzo (Firenze, 1923), e per la quale stampa le grammatiche, della lingua italiana e di quella latina, che dominano il mercato dei libri scolastici fino agli anni cinquanta. Tra il 1986 e il 2003 l’intera opera (venti volumi) è stata ripubblicata dalla Itinerari di Lanciano con l’aggiunta di inediti, secondo un piano di interventi che, insieme alla Regione e alla Provincia, ha visto in primo luogo l’impegno lodevole del comune di Sant’Eusanio. Così oggi è possibile ripercorrere l’itinerario del traduttore, del grammatico, del filologo, dello scrittore di teatro, del poeta dai tria corda che usa magistralmente la lingua latina come quella italiana e la dialettale, conferendo a quest’ultima dignità di lingua d’arte. E nell’opera poetica, tra molteplici motivi, trova il suo canto amoroso il paesaggio abruzzese nelle espressioni pregnanti della Maiella, delle valli, dei fiumi, dei lidi, come quelli amati di Ortona, che frequenta non solo per le celebri Maggiolate e i rapporti con il maestro Albanese, ma anche per la calda amicizia che lo lega alla famiglia di Tommaso Grilli, e di San Vito dove fino alla metà degli anni venti ha abitato Giuseppe Javicoli. Ho rivisitato il paesaggio di Sant’Eusanio innumerevoli volte in stagioni diverse e ho imparato a riconoscere in quali il poeta coglie, in una sinfonia inconfondibile, le luci e i colori, i suoni e gli odori della sua “terra d’oro” che gli conserva i volti amati e fa risplendere negli occhi e sulla bocca il riso delle giovanette. La “terra d’oro” è in quello spazio che l’occhio reale abbraccia e quello ideale dilata nei paesaggi dell’anima dove fluisce “l’età lucente”, la “primavera gioconda che sparve sotto l’abito talare e l’ombra e il silenzio degli studi”. In questo paesaggio dunque che, nonostante la mappa serrata dei toponimi (La Traversa, Via della Fonte, Il Calvario, Fonte Vecchia, Costa Mergana, Santa Colomba, Colle della Difesa), si allarga nel recupero nostalgico del tempo della memoria, il lettore può trovare la spiegazione di un motivo lirico e sentimentale ricorrente nell’arco di tutta la sua poesia. I tripudi di gioia sono nella luminosità dei giorni e delle stagioni; nell’ombra e nel silenzio si cela il pianto con la nota struggente del ricordo. Sul riso e sul pianto (risus et lacrimae rerum) si saldano le note eterne del “canto lucente” di “Terra d’Oro”. D'Abruzzo, Anno XVII, 2004 n. 5