LU RÙCHELE


Un componimento tormentato

di Adelia Mancini

 

Il 29 luglio 1926 De Titta invia un sonetto in dialetto a Nicola Luigi Bologna direttore del “Risorgimento d’Abruzzo e Molise” (cfr. n. 632, 8 agosto 1926) per scusarsi del ritardo con cui risponde all’invito alla collaborazione , ma… “I’ mi truvé pe’ ll’arie nche lu vente” e spiega in nota che “il vento è il titolo di un nuovo volume di liriche dialettali”.
È Il Vento, per l’appunto, il titolo originario della raccolta che solo alla terza stesura avrebbe assunto quello definitivo di Acqua, Foco e Vento, articolata dopo successive redazioni in cinque libri e pubblicata nel 1929.
Troviamo il nostro componimento a partire dalla seconda redazione e in tre stesure su fogli che chiameremo a, b, c, ma la sua genesi è in un testo espunto da Terra d’Oro, quaderno I, dove porta il titolo Tra šta mùseche, tre quartine di endecasillabi ABBA seguite da tre coppie di distici CDDC, tranne che nell’ultima dove lo schema è CCDD. Le tre coppie di distici saranno trasformate, con alcune varianti, in tre quartine, così da avere un nuovo testo di sei quartine per un totale di ventiquattro versi. Ed è questo il testo che leggiamo nella stesura del foglio a, dove conserva lo stesso titolo con la sola espunzione del segno diacritico per rendere il suono št.
Una breve parafrasi, partendo proprio dal componimento espunto da Terra d’Oro, ci consentirà di ricostruire la situazione, quindi di valutare le modifiche apportate e comprendere meglio quanto costi in termini di scrittura il rovello dell’anima di fronte all’accettazione della morte.
Scoppiano le pietre per il troppo caldo e per il troppo canto scoppiano le cicale. Il poeta gode il fresco tra gli olmi del viale e osserva un bruco giallo che sale veloce e agile lungo l’albero. Perché sale? Dove va? Il poeta, però, sa chi chiama il bruco e cosa va a fare in cima all’albero. Lo ha chiamato il sonno della morte e il bruco asseconda la chiamata, senza ribellione. Forse il sonno della morte è bello tra l’ombría dei rami e delle foglie, sotto il cielo dell’estate e con il canto che si alza in proporzione alla forza del sole che fa cantare la vita e fa cantare, forse, anche la morte.
Sale instancabile il bruco senza girarsi, attratto dal fatidico richiamo della cima. Il poeta si augura, ricorrendo a iterati congiuntivi desiderativi, di poter salire anche lui senza guardarsi indietro, salire per addormentarsi su un ramo tra la grande musica dell’estate, purché morte non sia andare sotto la creta, entro la cassa nella fossa scura.
Consideriamo ora alcune varianti apportate nella stesura del foglio a.
A v. 2 il più arcaico hode è diventato gode; eliminato un punto interrogativo, a v. 6 la domanda risulta meno franta. Ai vv. 7-8 fusioni, scambi e rimaneggiamenti consentono un parallelismo tra v. 3 e v. 7 I’ mi gode, i’ sacce, mentre a v. 8 il vocativo, rùchele gialle, e la iterazione di I’ sacce rafforzano la consapevolezza di ciò che è noto e, secondo natura, incontrovertibile ( vv. 9-10 Ti chiame ‘n cim’a ss’albere lu sònne / de la morte e scî corse e n’ t’arebbielle…). Scompare a v. 23 il lugubre riferimento alla cassa e alla fossa scura e l’unità metrica viene restituita con un verso pieno di luce ‘m mèzz’a stu vèrde, ‘m mezz’a st’aria pure.
Nella terza e più tormentata stesura del foglio b compare il nuovo titolo Lu rùchele gialle (un ripensamento comporta quasi subito la cancellatura di gialle). A v. 4 il punto fermo viene sostituito con una virgola che consente una più efficace liaison tra il vocativo in fin di verso e l’iterato a tté del verso 5, mentre il punto fermo a v. 6 concorre a meglio chiudere il quadro (Io godo la frescura del viale ombroso e non guardo che a te, bruco giallo, che sali sull’albero così pronto e lesto). Che la scelta di gguarde è stata dettata da ragioni tecniche l’attesta la traduzione italiana, approntata successivamente dal poeta, pongo mente che rende l’intensissimo sotteso dialettale tenghe mmente.
A questo punto la domanda si fa diretta, e sopr’a ssa rame sostituisce un precedente ‘m mèzz’a ssa rame. Ai vv. 11-12 il punto interrogativo suffraga la dubitosa certezza della seconda stesura. Un altro forse a v. 13 sostituisce bbèlle che connotava ciele, ma l’intera quartina è stata rimaneggiata come a preparare la sconsolata consapevolezza, quale si evince dalla quartina successiva, del perché il bruco ubbidisce e a chi ubbidisce: è lu cummanne che ddéntre t’à mésse / chi lu ggele je dà come lu foche (vv. 19-20). Nella sua inscienza il bruco non sa ciò che perde, non sa ciò che acquista, corre difilato e senza rimpianto per il viale verde e per quegli straordinari accordi della grande musica dell’estate. Quasi a dire che chi sa, chi avverte il contrappunto tra ciò che perde, di cui ha conoscenza e consapevolezza, e quel che l’aspetta (il dubbio, l’ignoto, il mistero della morte, l’approdo all’altra riva) avverte lancinante il rimpianto per tutto ciò che è stato e che per un po’ è ancora, ma che tra breve non sarà più. Sul retro del foglio si leggono numerose e tormentate varianti che suffragano in modo drammatico il rovello del dubbio. Meritano attenzione, tra le altre, alcune definitivamente rifiutate ma interessanti per la lettura profonda del testo: 1) forse vié ‘ppijjà’ l’arie p’èss’ammonte / u vié forse a l’amore che tti chiame; 2) chi ti vede, po’ crède ch’esse ammonte / curr’appress’a l’amore che tti chiame; 3) chi ne le sa, po’ créde ch’ess’a monte / curr’appress’a l’amore che tti chiame; 4) ma j’ sacce ca ss’albere lu sonne ti chiame de la morte e n’ t’arebbielle / e te ne viè, com’a na feste bbèlle / a farte la sepelure tra sse fronne.
Dopo la tempesta che ha attraversato la stesura del precedente foglio, Lu Rùchele del foglio c rivela momenti di raggiunta serenità, seppur attraversata da note di malinconia. Qualche ritocco, intanto, consente un elegante allineamento tra le azioni che riguardano il poeta, tutte in posizione enfatica: ‘I mi gode, I’ guard’a ttè, I’ sacce. Aboliti gli interrogativi anche il dubbio vive in una sua luce fino a perdere gli accenti più dolorosi ora che, a parte l’avverbio, si è giunti ad una constatazione (vv. 11-12 Forse lu sonne de la morte è bbèlle / tra lu vèrde e lu rise de le fronne). A v. 13 si ripristina il primitivo è bbèlle, mentre la quinta e la sesta quartina ripropongono in sostanza la prima stesura, salvo qualche variante che affina la puntualità lessicale (ad es. a v. 18 ‘n t’areguierde ‘ntorne al posto dei precedenti nn’areguierde abballe e nen guardart’appresse, piuttosto improbabili per un bruco che dovrebbe completamente girarsi e invertire così il cammino). Il desiderativo a v. 18 (iterato ancora a v. 21), pur restando, sembra aprire a un’accettazione della morte, libero dai richiami, libero dai rimpianti (…ah, se pputésse / murì’ i’ pure e nen guardarme appresse / tranquille come tté, come tté scióte!, vv 18-20). Quindi le modifiche apportate sull’ultima quartina consentono di addivenire alla possibilità, quanto meno auspicata, di rispondere a la chiamate quanto più diffusa e più alta è la musica dell’estate e la luce intensa è attutita dalla frescura degli alberi, quasi crepuscolo premonitore.
Tralasciamo le lievi modifiche apportate al testo sulle stesure dei quaderni che precedono l’edizione a stampa.
Se per molte composizioni del De Titta potremmo usare la definizione di Cézanne per Monet “ È un occhio aperto sulla natura. E che occhio!”, per questa dobbiamo convenire che l’attenzione rivolta al bruco non definisce un impressionistico quadretto, contaminato com’è da invidia per quella acquiescente risposta e per quel salire agile e lesto che non conosce sosta, né ripensamento. Metafora per quanto spedita dovrebbe essere l’anima a liberarsi dai legami del corpo ( e invece quanto drammaticamente le riesce difficile!) il testo de Lu Rrùchele appare lontanissimo dalle plaghe luminose raggiunte nei sonetti tra i più intensi, quali Anima, sali e Il raggio divino (ambedue del 1922) o dalla sofferta ma liberatoria conquista che pervade il poemetto A Psiche immemore.
Semmai si volesse continuare con la supina riproposizione di un De Titta pascoliano, ebbene, a noi sembra che una delle differenze più profonde rispetto a Pascoli sia proprio questa. Laddove nel Pascoli la negazione della vita si accompagna alla mancanza di desiderio e il viaggio del vivere è descritto come una malattia (“La vita non è che un morbo”, si legge ne La mirabile visione) e la guarigione è nel silenzio improvviso che lo conclude, nel De Titta il viaggio del vivere è la bellezza del mondo, è il canto dell’esistenza, dolce e incantatore, e la morte è assolutamente innaturale nella cessazione di luce, nel muto silenzio, nel freddo della pietra.

Terra e Gente, Anno XXIV, Anno 2004 n. 2