Poesia in Lingua


PARADISO PERDUTO


Placida la camerata s'immerge nel sonno: una grande
lampada intorno spande una luce velata.

Nessuno più bisbiglia, qualcuno dorme già sodo, 
io mi còccolo e godo di chiudere le ciglia

e ripigliare il romanzo che tesso or afflitto or giocondo
in questo arcano mondo del cuore, ov' io m'avanzo.

Stasera che dolce sorriso hanno i ricordi... Oh natio 
caro villaggio! oh mio perduto paradiso!

Ecco più bionda di luglio coll'iridi azzurre serene
fuori Coletta viene dal florido cespuglio;

e Caterina ai commossi adolescenti con onde 
di fragranze risponde tra i garofani rossi.

S'ode il fluir d'una fonte: voci risonano a coro;
arde una fiamma d'oro sul vertice del monte;

tornan gli amanti e le belle, cantando tra l'ombre odorose; 
s'addormono le rose, il ciel trema di stelle.

Licori, dolce maestra di sguardi furtivi, la bruna 
treccia sotto la luna scioglie su la finestra,

e per un altr'amore, immemore ormai del poeta
immemore, segreta cura le tiene il cuore.

Minco la serenata porta alla mesta Giovina, 
e tutta la collina risuona all'agitata

chitarra. Cenzo, al Calvario, invoca le stelle che ancora 
non son venute fuora al canto solitario.

E, d'uno in altro sorriso, a poco a poco l'oblio 
m'addormenta entro il mio perduto paradiso.

MALEDETTO IL BISOGNO

Oggi mia madre m'ha scritto che in paese ardon le liti
e gli odii dei partiti e che per tal conflitto

non avrò, secondo alcune voci, per l'avvenire
più le dugento lire che mi passa il Comune.

Se queste voci son vere, addio seminario!... Né il mio 
cuore per questo addio avrà gran dispiacere.

Il seminario oramai non ha più studi né scuole:
non sai quello che vuole, quel che farà non sai.

Monsignore non ha l'uguale se scrive in lingua latina,
ma qui non indovina o è servito male.

Si muta ogni anno tenore, si muta ogni anno governo: 
è immutabile, eterno, il sol vicerettore.

Quante giornate amare! Non so che pensano i miei: 
per me preferirei la vita militare.

Sia maledetto il bisogno che m'ha costretto... Non era
tricorno e veste nera il giovanil mio sogno.

Ma non son chierico ancora, e questa veste, s'ho amiche 
le stelle, tra l'ortiche la getto alla malora.

IL CANTICO DEI CANTICI

Voglio cantarti il canto, cantato da un re sapiente
all'amor suo lucente nei giorni dell'incanto.

Torna coi cieli sereni la primavera: t'affretta,
amica mia diletta; sorgi, mia cara, vieni.

Vieni: sei tutta bella; nell'aria san tenere note;
di tortola hai le gote, gli occhi di colombella.

Son bianchi, come la lana del gregge mondo, i tuoi denti:
son le guance fiorenti spicchi di melagrana.

Favi, onde il miel trabocca, son le tue labbra vivaci:
mi bacerai coi baci della tua dolce bocca.

Con un degli occhi belli il cuore m'hai rubato,
il cuore m'hai legato con un dei tuoi capelli.

Il seno tuo diffonde effluvi, ond'io tutt'ardo,
di mirra, cipria e nardo, senza quel ch'entro asconde.

Gli effluvi tuoi son come gli effluvi d'un paradiso:
di mille essenze è intriso l'odor delle tue chiome.

Dalle tue vesti col vento come un incenso m'arriva:
alla fragranza viva languir, morir mi sento.

È come un olio effuso anche il tuo nome. O beata,
la fonte suggellata tu sei, l'orto concluso.

Odorano i cinnamomi, odorano i melagrani:
tu porti entro le mani tutti i più dolci aromi.

Ridono i cieli sereni, la tortola tuba tra i rami:
vieni a colui che ami, vieni, diletta, vieni.

La terra è tutta un verziere. Se il capo tu pieghi stanca
della mia mano manca ti farò origliere,

con la mia destra mano ti cingerò la vita.
La nostra via fiorita non sia fiorita invano!

MENESTRELLO


Sono un povero e mesto giovanetto 
che per le terre italiche viaggio 
cercando pane e amor, solo soletto,
de le stelle al chiaror, del sole al raggio:

da' padri miei non ebbi altro retaggio 
ch'alma tenera e cor pieno d'affetto, 
parlo de' vati il fervido linguaggio, 
sento agitarmi da la musa il petto.

Son nato per cantare: e de la mia 
giovinezza cantando passo il fiore 
di luce alimentato e d'armonia;

son nato per amare: ed il mio core 
non palpita, se il palpito non sia 
un dolce sfogo od un sospir d'amore.



PRIMO VERE


Quando tornava aprile al mio paese, 
redia sempre un'amica rondinella
a consolare il tetto mio cortese
con il suo nido, con la sua favella

mesta d'amor; d'aprile or torna il mese, 
tornano i fiori, ella non già, fors'ella 
non m'ama più, del mio partir si offese 
né a me più riede a la stagion novella.

Oh! dimmi dove sei, mia poveretta 
amica... oh! se ancor vivi, a l'amor mio 
torna... questo mio cor come t'aspetta!

Se poi tu non sei più, mia cara, il pio 
memore verso, il mesto carme accetta, 
che tra il riso d' april oggi t'invio.



L'OMBRA


Viola, sei venuta 
stamani all'alba, assorta 
nei tuoi pensieri e muta. 
Da quando sei risorta 
o speranza perduta?
E non parevi morta.

Gli asfodeli ho rivisti 
che avevi sulle chiome 
spesso nei giorni tristi: 
eri pallida come 
quando parlar mi udisti 
dell'ombra... senza nome.

Ombra misteriosa
ch'è sempre il mio bel male, 
la dolce amara cosa
che di desir mi assale, 
d'ogn'altro amor gelosa,
a ogn'altro amor fatale.

Imprime di sua mira 
forma ogni novo obbietto
del mio cuor che sospira,
ma, quando men mi aspetto, 
l'incanto suo ritira
e il cuor m'agghiaccia in petto.

Credi, sol questo è vero. 
Ah, se sapessi quante 
volte questo mistero
mi ha fatto strano amante, 
e lungo il mio sentiero 
molte speranze ho piante!

Spesso, ove gioie e rose 
mi finsi, pruni ed ire 
l'aspro destin mi pose. 
Se il vero nel morire
a te si disascose,
prega, non maledire.

Prega, s'or anche sai
che tuo, che tuo non era 
quello che in te più amai. 
Quando intendesti... oh sera 
triste!... non scordo mai
gli occhi tuoi, la tua cera.

Da qualche tempo, o ignara, 
tu non eri più quella
ch'io mi credevo. Cara
eri pur sempre e bella,
ma simile a una chiara
luce di fredda stella.

Colla tua giovinezza 
così per sempre chiusa 
nella tua gran tristezza, 
sei morta, o disillusa... 
A ricordar si spezza
il cuor ma non si accusa.


Ahi, non si accusa... c'era 
quel potere più forte
del cuor. Quest'è la vera 
parola. La sua sorte
è tale in questa sfera 
triste di amore e morte.

E tu mi riappari
or cinta di asfodeli 
come in quei solitari 
tuoi giorni, e par che celi 
altri ricordi amari... 
d'altri lontani cieli.



LA GROTTA DEL CAVALLONE

I

O valle di Taranta, alla stellare
luce di luglio, come in cuor penètra
il suono delle tue profonde ghiare!

Palpitò forse una divina cetra
nel cuor del monte, quando a noi dal calle 
rupestre s'alzò il canto della pietra?

Sotto i ferri delle agili cavalle
e dei rubesti muli a poco a poco 
un'armonia crosciante empì la valle.

La pietra, trita dal gelo e dal foco 
del sol, parve una mobile tastiera, 
e con tono ora acuto ed ora fioco

cantò la scheggia grave e la leggera.

IV

A insegnar l'orme l'olio anima gialle 
lucciole presso il piè, l'acetilene 
anima innanzi argentee farfalle.

Una religion grave ci tiene:
taciti, sul bagnato suolo infido,
ombre tra l'ombre, andiam con passo lene.

Brilla il magnesio: lungo suona un grido 
di stupore: la pietra ha tronchi e rami, 
selva incantata su incantato lido.

La volta ondeggia d'èsili ricami:
qui par che ascenda una Madonna in alto, 
là che sogghigni un Satana. Gli stami

vibran d'ignote vite entro lo smalto.


V

Ombre tra l'ombre, per meandri ciechi 
ci avvolgiamo pensosi: l'alma sente 
dormire i dolci sogni negli spechi

profondi: l'alma ascolta la cadente 
goccia che segue il lungo suo lavoro 
piana, non vista, armoniosamente.

Gli echi che hanno sottili voci d'oro, 
rispondon d'antro in antro all'armonia 
creatrice, con plausi umili, a coro.

Si mutano e rimutano per via
le vaghe scene, ed alta in cuor penètra 
della goccia operosa la magia

e il fascino canoro della pietra.

VI

O valle di Taranta, or quando al sole
trionfante nel ciel meridiano .
ribrillan gli occhi, non hai più parole.

Sempre avido e non mai pago, l'umano 
spirto si avvolge dentro alla cortina
del mistero, e il mister sempre è lontano.

Tra gli svolazzi di lapidea trina, 
tra i padiglioni di lapidei veli, 
noi sentimmo passare una divina

virtù: non forse è quella che gli steli 
fragili tesse a queste balze, e canta 
in queste pietre? Oh, sotto i puri cieli

magica grotta a monte di Taranta!



VIOLE E ROVI


a Teodorico Ponzani

Poeta, io so le gioie tue più care: 
t'ho visto errar pei bruni violeti 
nei vespri estivi dietro ai sogni lieti; 
poeta, io so come tu sai sognare.

E ancora io so le tue lacrime amare: 
vedute ho l'orme tue per i roveti 
dell'anima, e t'ho in cuor letto i segreti 
canti, che non dicesti alle tue bare,

che non dicesti alle tue culle. Un vento 
gelido spesso abbrividir fa i tuoi
fiori che amor di luce e grazie crea;

e in fondo al bello e mesto incantamento 
s'affaccia con un volo d'avvoltoi
l'antica visione prometea.

Sant'Eusanio del Sangro, 26 luglio 1910



ALBA D'APRILE


a Ettore Allodoli

Stamani, quando ho aperto la mia loggia 
a Fiorinvalle, giunta allora allora
scoteva tra le pergole l'aurora
i suoi veli bagnati dalla pioggia

notturna. Nella loro vecchia foggia, 
impenitenti passatisti ancora,
i rusignuoli salutavan l'ora
dai cespugli. Un po' candida, un po' roggia,

la Maiella avea lungi un borbottio 
di sonnacchiosa, tra merletti e fiocchi
nel suo letto di nuvole. Pei campi

eran raggi, eran ombre, e tutto il mio 
orto, rorido e fresco, con mill'occhi 
ridea tra il verde tenero dei pampini.

Sant'Eusanio del Sangro, aprile 1914



L'ERMA ROVINATA


all'Anima

Così ti devi, o Anima, spogliare 
tutta, in rigor di pietra, sul confine.
Giacerà l'erma con le sue rovine 
sepolta nell'oblio dell'alte ghiare:

non tu con lei, tu ch'oltre il limitare 
guardi. Non è il tuo sonno senza fine. 
Dal mistero dell'intime cortine
il serpente a svegliarti riappare.

Che invan tu nei tuoi giorni e le tue notti 
non abbia su' roveti del sentiero
lasciato i cuori tuoi con la tua clamide.

Che ancora invano non ti attardi o lotti. 
La Sfinge è muta: nel silenzio è il vero:
tra l'ombre e il sole in grembo alla Piramide.

22 novembre 1911



ANIMA, SALI


a Teresa Gentile

Anima, sali con il tuo mattino 
lucente, con il tuo fiorir di stelle, 
né ti dolere per le cose belle
che dietro lasci in ogni tuo giardino.

Ciò che risplende all'anima è divino, 
è dell'anima, e quando le novelle
rose vermiglie non saran più quelle 
che fresche oggi ti odorano il cammino,

quando verrà la sera delle cose 
che non son tue, che passano tra i veli 
del tempo e le disfà chi le compose,

anima che salir più alto aneli, 
più alto, sentirai che le tue rose 
tu le porti con te come i tuoi cieli.

Lanciano, gennaio 1922



PRIMAVERA LONTANA


Passava l'acqua e si faceva un pianto 
per i fiori lasciati a la sorgente: 
passava l'acqua, e a me tornava in mente 
un prato verde, tutto riso e canto.

Acqua che piangi - dissi - a quella fonte 
prima di te ci son passato anch'io,

io pure ci ho lasciato là sul monte 
con l'erbe e i fiori il più bel tempo mio!



LA LODOLETTA


O lodoletta mia, più la stagione 
bella non torna come allor che m'era 
dolce udire la tua sottil canzone 
sospesa in alto su la primavera.

Allor saliva al cielo un altro canto 
inebriato come il tuo di sole,

e la tua voce avea per me l'incanto 
delle sue note, delle sue parole.



IL PRIMO AMORE


O cara, quand'io ti ripenso
un'aria lucente m'invita
tra i campi: hanno i monti un più denso 
turchino, una siepe è fiorita,
e ride nel sole. Sul ramo
d'un olmo un uccello si posa
e canta, ha la siepe odorosa
un fremito al dolce richiamo.

O cara quand'io ti ricordo 
oscillano azzurri i canneti,
e lungo il torrente è un accordo 
sommesso di cari segreti.
Pei verdi sentieri una mano
soave mi prende e conduce...
O mio primo amore che luce 
nell'occhio ha il tuo sogno lontano!



IL RICORDO DELL' ALBA


Stasera, là sul colle, d'improvviso 
una vecchia canzone è risonata,
e mi parea che avesse il fresco riso 
di un'altra voce che l'avea cantata.

Era un canto d'amore, come un trillo 
di allodola pei cieli di berillo:

ma quel canto entro il cuore mio non era 
che il ricordo dell'alba nella sera.



VIA DELLA FONTE


Via della Fonte, il giorno ecco si muore, 
via della Fonte, ecco l'antica croce,
ecco la quercia antica! Quant'amore
qui sciolse il canto e gli tremò la voce!

Or, come allora, nell'apri! qui verdi 
tornan le siepi con i fiori e i nidi,

né ancor, mia cara immagine, ti perdi, 
ma in volto di tristezza risorridi.



FONTE VECCHIA


Fonte Vecchia laggiù sotto il Calvario 
con il suo prato verde, tra le fratte 
cupe d'ombre e misteri, ancora batte 
scrosciando su la pietra. Il solitario

salice ancor si specchia nel pantano 
limpido, e ancor sta in piedi il vecchio cerro, 
devastato dai turbini e dal ferro
degli uomini, sul limite lontano.

Ma nulla più dei canti né del coro 
giovanile d'un tempo: non festivi 
balli, non corse rapide, non vivi 
squilli di risa, nei tramonti d'oro.

Or il villaggio ha i nuovi fontanini 
belli, eleganti, in mezzo alle sue piazze, 
e serie van per acqua le ragazze
sotto gli occhi materni. I cristallini

zampilli han bianche aspergini, hanno lampi 
d'iride al sole, e presto empion la secchia: 
chi si ricorda più di Fonte Vecchia
lontana, oltre il Calvario, là tra i campi?

Sono tant'anni... E pure, se per sorte 
qualche memore cuor ci si ritrova, 
nel suo profondo non men dolce e nova 
sente la vita delle cose morte.



GLI STORNELLI DELLE ROSE


Fiore di spina. 
O miei stornelli, colti alla Fontana 
delle Rose, che gioia stamattina!

Fior di mortella. 
Settembre nella fresca alba tranquilla 
spandea risi d'april su Torricella.

Fiorin di melo. 
Di rose bianche era fiorito il suolo, 
di rose bianche era fiorito il cielo.

Fior di brughiera. 
Dove sorride amor, c'è fioritura, 
dove splende beltà, c'è primavera.

Fior di campagna. 
Coi suoi doni, Sofia, la tua benigna 
Madonna delle Rose t'accompagna.

Fiorin d'altare. 
Sofia, le più gentili e le più pure 
rose porti con te dal monte al mare.

Fiorin d'oliva. 
Porti ad Ettore tuo la gioia nova 
tra i giardini di aranci su la riva.

Settembre 1920